ospite

Qualche settimana fa a Roma, mentre camminavo per le vie del centro, la mia attenzione venne catturata dal calore commovente di una coppia che abita la strada. Lui, inginocchiato davanti a lei, le teneva la gamba fasciata tra le mani. La gamba era evidentemente ingrossata: dalla pelle sotto la bendatura emergeva un rossore che faceva intendere un’ infezione. Il ragazzo, con gli occhi chiusi e il suo volto a pochi centimetri dall’arto malato, sembrava immerso in una preghiera di guarigione. Ultimamente sono molto percettivo riguardo questi segnali di amore incondizionato, quando si ha la fortuna di incontrarli. Davanti a questa immagine, il mio passato di fotografo, che mi fa girare con una macchina fotografica a portata di mano, ha provato ad inquadrare. L’istinto invece, attraverso un brivido di vergogna, lo ha fatto desistere. Fare la foto o non farla, la mano robotizzata che vuole separarsi dai comandi dello spirito. A quel punto la donna mi chiese l’offerta, mentre lui continuava la sua meditazione. Il mio passato meccanico era felice nel vedere la strada facilitata per prendere quella foto, ma l’istinto fu più forte. Non disturbai l’immagine e dopo l’offerta me ne andai con la macchina fotografica molto delusa.

Per tutto il giorno e anche il giorno seguente continuavo a pensare a quell’incontro, a quel gesto così pieno di lui verso la sua compagna. Quella preghiera così rafforzata dal contesto. Quell’immagine non mi lasciava, la sentivo profondamente. Così decisi di tornare a cercarli e li trovai nello stesso posto, seduti semplicemente a parlare. Fu facile unirmi alla conversazione e passai una mezz’ora molto interessante. Mi piace sempre essere accolto nelle case delle persone, sbirciare dentro, fotografare qualche angolo. E quando una casa non ha muri è incredibile la saggezza che contiene. A quel punto chiesi la foto, che rappresentasse quella scena originaria che vidi il giorno prima. Dalla foto scattata arrivò anche una promessa, che nascendo da un desiderio di lei è giusto rimanga segreta.

Me ne andai anche questa volta, ringraziando prima loro e poi quel riflesso di vergogna che oggi mi nega il sensazionalismo dell’ego fotografico, che si nutre troppo spesso del fascino verso il tragico. La macchina fotografica, contenta di essere uscita da quella casa con un assaggio di umanità, si sentiva meno macchina.

GUEST

A few weeks ago in Rome, while walking through the streets of the city centre, my attention was caught by the moving warmth emanated by a couple of vagrants. Kneeling on the pavement in front of his companion, the man held the woman’s bandaged leg between his hands. Her leg was clearly swollen: from under the bandage the visible redness of her skin spoke of an infection. The man, with his eyes shut and his face just a few centimetres from the infected limb, seemed to be engrossed in a sort of healing prayer. Of late, I am particularly sensitive to such signs of unconditional love, whenever I am lucky enough to come across them. Faced with a scene like this, my experience as a photographer, which prompts me to carry a camera around with me wherever I go, attempted to frame it. Instead, my instinct, with a quiver of shame, told me to stop. To take the shot or not, the robotized hand tries to break free from the control of the spirit. At that point, the woman asked me for money while he continued in his meditation. My mechanical past was happy to see the way paved to taking that photo but my instinct was stronger. I did not disturb the scene and after making an offering, went off with a very disappointed camera.

For the rest of the day, and the day after, I continued to think about that chance encounter and that gesture, so pregnant with meaning, the man had proffered to his partner. The prayer so greatly enriched by the particular context. Impossible to shake off the image that had touched me so deeply. So I decided to go back and look for them on the same spot, where they simply sat talking. It was easy to join in their conversation and I spent a most interesting half hour. I always like being welcomed into people’s homes, so that I can get a glimpse inside and photograph a corner or two. And when a house has no walls, the wisdom it can contain is quite unbelievable. At that point, I asked permission to take a photo of the original scene I had witnessed the day before. The shot also generated a promise which, since it stems from a desire of the woman, must remain a secret.

I took my leave once again, thanking them, first and foremost, and likewise the embarrassed reaction I now experience which impedes the sensationalism inherent in the photographic ego, which draws sustenance far too often from the appeal of tragic circumstances. My camera, happy to have left that home having savoured a touch of humanity, felt less like a machine.

translation: Ann Grigg