#43

Parlo di viaggio solo quando il camminare mi porta di fronte ad una soglia, oltre la quale inizia l’ignoto. I passi per arrivare qui non sono viaggiare, sono evasione e quindi camminare sulla permanenza. Sulla riva il passo si ferma dove l’occhio continua. Qui inventarono le porte - per sbarcare al centro del mondo e lasciare a terra la paralisi. Quale folle si abbandonerebbe al bacio della natura senza terrore? Così la via dell’accesso ordinato è una via molto battuta. Il vento dell’ignoto soffierà fino a che esiste pelle per sentirlo. Il mistero non aspetterà nessuna promessa. Nessuna barca traghetta riti e funzioni senza che l’acqua ne inghiottirà la cerimonia. Non posso che fermarmi sulla riva, chiedendomi dove i miei piedi arrestati raggiungeranno i miei occhi lontani. Senza tradire il compito della mia stabilità - integro nella natura - e senza tradire la mia vista, accecandomi. La porta che nessun altro intende, dove nessuna barca si fermerà. Acqua, cielo e terra si dispongono. Il buio include, la luce esclude. Io sono da solo nella mia sagoma, sono il negativo di tutto quello che so. Sono il positivo della mia ignoranza. Dove tutto è illuminato sono ombra. Divento un punto di nero scappato dal buio, cenere lasciata a sé stessa. Esisto solo per quello che non conosco e morirei all’istante se sapessi. Condividiamo nella lontananza il cielo, la terra, l’acqua. Solo per il calore del fuoco serve che siamo vicini, come fossimo l’unica persona al mondo. Io e la mia solitudine. Io e te. Tu nella mia solitudine. Io nella tua. La tua solitudine imparo a nominarla di fronte all’ignoto.