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Si vive così, materializzando i limiti dei nostri sensi in oggetti e lasciarci spiegare il nostro funzionamento dai nuovi nati. Il mio orecchio finirebbe per emulare il funzionamento di una parabola. Il mio desiderio finirebbe per riempirsi del possesso di questo e di quello. Il mio giorno finirebbe nei giri di un orologio.
La vita utile di una tecnica è oggi divenuta drammaticamente più breve del passaggio di una persona. Finisce il dolce conforto del non pensare all'inesorabilità del tempo. Con il tempo che si smaschera torna lo sgretolarsi di ogni certezza. Scambiammo Dio con l'uccisione del tempo e il tempo sta risorgendo.
Rimangono impalcature, zavorre di ruggine di un tempo che lascia il suo momento. 
Rimangono tentativi di mancata ricezione, un brusio costante. 
Il contatto è nel lontano ricordo di chi provò a ingabbiare il colore del vento - l’ironia lo vuole di quel color ruggine. Tra il giorno e la notte poche cose tengono il colore: la selettività che diviene mostra la luminanza.
Sapremo mai inventare tecnologie che non tendono ad ancore di ormeggio ma piuttosto a vele di navigazione, senza ingannarci definitivamente? 
Sapremo mai utilizzare la tecnologia senza finire schiavi non di lei, ma della nostra idolatria?