All’ombra dell’Ippocastano, per fuggire dalla forma della parola. Per potersele fare quelle domande troppo semplici che la ragione non capirebbe. Tipo cosa farei se non avessi paura. L’ipocrisia dei se. Ritornare è sempre salire, quando la partenza ha visto il colore del vento.

All’ombra dell’Ippocastano, le persone volano.

(fotografia: Blevio, Luglio 2015)

In the shade of the horse chestnut, to take refuge from the form of the word. Able to ask oneself those questions too simple for reason to understand. Such as, what would I do if I felt no fear. The hypocrisy of ifs. Going back on one’s steps is always an upward climb, when departure has seen the colour of the wind.

In the shade of the horse chestnut, people take flight.

translation: Ann Grigg

ospite

Qualche settimana fa a Roma, mentre camminavo per le vie del centro, la mia attenzione venne catturata dal calore commovente di una coppia che abita la strada. Lui, inginocchiato davanti a lei, le teneva la gamba fasciata tra le mani. La gamba era evidentemente ingrossata: dalla pelle sotto la bendatura emergeva un rossore che faceva intendere un’ infezione. Il ragazzo, con gli occhi chiusi e il suo volto a pochi centimetri dall’arto malato, sembrava immerso in una preghiera di guarigione. Ultimamente sono molto percettivo riguardo questi segnali di amore incondizionato, quando si ha la fortuna di incontrarli. Davanti a questa immagine, il mio passato di fotografo, che mi fa girare con una macchina fotografica a portata di mano, ha provato ad inquadrare. L’istinto invece, attraverso un brivido di vergogna, lo ha fatto desistere. Fare la foto o non farla, la mano robotizzata che vuole separarsi dai comandi dello spirito. A quel punto la donna mi chiese l’offerta, mentre lui continuava la sua meditazione. Il mio passato meccanico era felice nel vedere la strada facilitata per prendere quella foto, ma l’istinto fu più forte. Non disturbai l’immagine e dopo l’offerta me ne andai con la macchina fotografica molto delusa.

Per tutto il giorno e anche il giorno seguente continuavo a pensare a quell’incontro, a quel gesto così pieno di lui verso la sua compagna. Quella preghiera così rafforzata dal contesto. Quell’immagine non mi lasciava, la sentivo profondamente. Così decisi di tornare a cercarli e li trovai nello stesso posto, seduti semplicemente a parlare. Fu facile unirmi alla conversazione e passai una mezz’ora molto interessante. Mi piace sempre essere accolto nelle case delle persone, sbirciare dentro, fotografare qualche angolo. E quando una casa non ha muri è incredibile la saggezza che contiene. A quel punto chiesi la foto, che rappresentasse quella scena originaria che vidi il giorno prima. Dalla foto scattata arrivò anche una promessa, che nascendo da un desiderio di lei è giusto rimanga segreta.

Me ne andai anche questa volta, ringraziando prima loro e poi quel riflesso di vergogna che oggi mi nega il sensazionalismo dell’ego fotografico, che si nutre troppo spesso del fascino verso il tragico. La macchina fotografica, contenta di essere uscita da quella casa con un assaggio di umanità, si sentiva meno macchina.

GUEST

A few weeks ago in Rome, while walking through the streets of the city centre, my attention was caught by the moving warmth emanated by a couple of vagrants. Kneeling on the pavement in front of his companion, the man held the woman’s bandaged leg between his hands. Her leg was clearly swollen: from under the bandage the visible redness of her skin spoke of an infection. The man, with his eyes shut and his face just a few centimetres from the infected limb, seemed to be engrossed in a sort of healing prayer. Of late, I am particularly sensitive to such signs of unconditional love, whenever I am lucky enough to come across them. Faced with a scene like this, my experience as a photographer, which prompts me to carry a camera around with me wherever I go, attempted to frame it. Instead, my instinct, with a quiver of shame, told me to stop. To take the shot or not, the robotized hand tries to break free from the control of the spirit. At that point, the woman asked me for money while he continued in his meditation. My mechanical past was happy to see the way paved to taking that photo but my instinct was stronger. I did not disturb the scene and after making an offering, went off with a very disappointed camera.

For the rest of the day, and the day after, I continued to think about that chance encounter and that gesture, so pregnant with meaning, the man had proffered to his partner. The prayer so greatly enriched by the particular context. Impossible to shake off the image that had touched me so deeply. So I decided to go back and look for them on the same spot, where they simply sat talking. It was easy to join in their conversation and I spent a most interesting half hour. I always like being welcomed into people’s homes, so that I can get a glimpse inside and photograph a corner or two. And when a house has no walls, the wisdom it can contain is quite unbelievable. At that point, I asked permission to take a photo of the original scene I had witnessed the day before. The shot also generated a promise which, since it stems from a desire of the woman, must remain a secret.

I took my leave once again, thanking them, first and foremost, and likewise the embarrassed reaction I now experience which impedes the sensationalism inherent in the photographic ego, which draws sustenance far too often from the appeal of tragic circumstances. My camera, happy to have left that home having savoured a touch of humanity, felt less like a machine.

translation: Ann Grigg

A Milano, è soprattutto durante il sabato che si rimpicciolisce l’immobilità. Le superfici allora diventano meno confinanti e la forma osa un pò di più. Sarebbe bello lasciarle fare, le città. A ogni materia spetta la conquista del proprio spazio, diceva Bachelard.

(fotografia: Milano, Settembre 2020)

In Milan, it is mainly on Saturdays that immobility is reduced. It is on such occasions that surfaces are less confining and form becomes slightly more audacious. It would be good to let the city get on with it. It is up to every material to conquer its own space, Bachelard would say.

translation: Ann Grigg

Poco prima di uno dei miei viaggi in Giappone, mi appuntai su di un diario l’esigenza di iniziare a pensare al viaggio, quindi l’incontro con nuove culture, come ad un alambicco che muta vecchie convinzioni in nuove visioni, distillando, ad ogni ritorno, un’essenza più sottile e unica.

Dopo l’ultimo soggiorno a Tokyo, mi sono reso conto, nonostante il rientro in Italia, di non essere più tornato da quel viaggio.

E ora non faccio altro che viaggiare alla ricerca di quei luoghi che ospitano alambicchi. Luoghi che sottendono incontri, spazi che si preparano, che attendono un qualche tipo di riempimento.

Mi interessano gli spazi capaci di ospitare, per mutarsi.

(fotografia: Tokyo, Aprile 2017)

Shortly before one of my trips to Japan, I made an entry in my diary regarding the need to start thinking about the journey, one which would surely entail an encounter with new cultures, like a still that changes old convictions for new visions, distilling a more rarefied and unique essence on each return.

Following my latest trip to Tokyo, I realized that despite having landed in Italy, I had not actually returned from that journey.

And now, all I do is to travel in search of those places where stills are to be found. Places that inevitably lead to encounters, spaces that await and prepare to be filled in some way.

I am interested in spaces that are capable of hospitality, open to change.

translation: Ann Grigg

perché un diario non-lineare

La mia esperienza mi ha portato a dover accettare il fatto che per capire la fotografia dovevo prima staccarmi da essa ed uscirne. Approcciando superficialmente altre discipline (tra cui psicologia, sociologia, fisica moderna, esoterismo, antropologia) ho raccolto alcune intuizioni di grandi menti, le quali iniziavano ad accumularsi all’interno della mia testa creando di volta in volta nuove sfumature nel percepire la fotografia. Posso parlare con certezza di serendipità nello sviluppo di questo processo: infatti più mi allontanavo dalle materie prettamente fotografiche, più mi addentravo in approfondimenti apparentemente lontani dalla fotografia, più la sua definizione mi diveniva chiara. Non solo, più ricercavo e studiavo, più la fotografia mi sembrava il canale perfetto per questo tipo di esplorazioni, anche solo come ancora di paragone e comprensione di concetti infinitamente aperti e sottili, stringendo così sempre di più quel nodo che involontariamente avevo iniziato a legare. 

E’ nata quindi la necessità di uno spazio dove poter iniziare la condivisione di questo processo, che è prima di tutto un percorso personale aperto. Uno spazio non lineare in quanto non seguirò la sola cronologia temporale rispetto i contenuti che posterò; non vuole essere un diario fotografico per come è solitamente inteso. Uno spazio non lineare perché la fotografia di cui tratto non segue la percezione del tempo che scorre. Attraverso i nostri sensi noi vediamo orizzontalmente il fluire del tempo e la fotografia vede come noi non vediamo. La fotografia vede verticalmente, taglia lo scorrere del tempo perpendicolarmente. 

Avrò modo di argomentare, per ora concludo dicendo che non sono un appassionato di fotografia. La fotografia non è nemmeno il mio hobby, anzi il più delle volte è per me fonte di turbamenti e ansie. Mi interessano l’uomo, la società, il mondo, la sua materia e le dinamiche (spesso nascoste e ineffabili) che interagiscono tra questi. La fotografia è il solo modo che conosco per affrontare queste ricerche. Come un prurito e la relativa urgenza di grattarsi. Nulla di più.

WHY UN-LINEAR JOURNAL

Experience has taught me to accept the fact that only by separating myself from photography and taking a step backwards could I ever hope to understand it. By superficially approaching other subjects (comprising psychology, sociology, modern physics, esotericism, anthropology) I have gleaned certain intuitions of some great minds, which started on various occasions to gather inside my head and create new nuances in my perception of photography. I can certainly speak of serendipity in the evolution of this process: in fact the more I distanced myself from topics of a strictly photographic nature, the more deeply I probed other subjects apparently far removed from photography, and the clearer its definition became. Besides, the more I researched and studied, the more photography appeared to me to be the perfect channel for these types of explorations, if only as a benchmark of comparison and comprehension of infinitely open and subtle concepts, thereby tightening more and more the knot I had unwittingly started to fasten.  

Hence the new need for a space in which to start sharing this process which is, primarily, an open-ended and personal experience. A non linear space in as much as I will not only follow a chronological order with regard to the contents I post; it does not aim at being a photographic diary, in the general sense of the term. A non linear space because the photography I deal in does not follow any perception of passing time. Through our senses, we see time flowing in a horizontal direction but photography sees things differently. Photography sees vertically, it cuts through the flow of time perpendicularly.  

There will be plenty of time for discussion, so for now I conclude by saying that I am not a photography enthusiast. Photography is not even my hobby. On the contrary, more often than not, it is a source of worry and anxiety for me. I am interested in humanity, society, the world in general, the matter of which it is made and the dynamics (often obscure and elusive) interacting between them. Photography is the only way I know of addressing these research experiences. Like an itch and the irresistible desire to scratch it. No more than that.

translation: Ann Grigg

la casa non è.

finestra senza muri,

nidi suggeriti,

merenda conviviale

e porte che hanno perso la chiave.

la casa non è esigenza immobiliare.

(fotografia: Roma, Agosto 2020)

home is not.

window without walls,

ideas for building a nest,

convivial afternoon snacks

and doors that have lost their keys.

home is not a real estate requirement.

translation: Ann Grigg