#25

Shade of man hidden in a street at night
Un istante che dura da sempre: camminavo sperando che qualcosa capitasse, senza mai giungere. 
Come sarebbe potuto essere diversamente?
Questa domanda allunga la vita, pericolosamente per sempre.
Tanti volti, macchie color convinzione, annunciano verità. Ognuno la sua. Ognuno sa.
Inizio a camminare, la città di notte è sveglia.
Un vicolo, il buio aperto, la luce chiusa.
Il patetico coraggio di dire - no, ma grazie.
Il patetico coraggio di dire - sì, ma vaffanculo.
La verità gode nell’essere posseduta.
Contatti, contagi e scambi. 
Mi sento meno perso ma molto più instabile, nella via della scelta.

#22

Siamo tutti uguali. 
Accettare le diversità come unica uguaglianza possibile, è il sogno dimenticato al mattino. 
Ben svegli, il richiamo del diurno è un grido di battaglia!
Siamo tutti uguali, per rivendicazione di appartenenza.
Siamo tutti uguali, metafisicamente. 
Siamo tutti liberi, di fare ciò che vogliamo.
Si annuncia l’oggi senza presente. 
Il lago è bello non perché profondo, imprevedibile e blu scuro.
E’ bello quando è piatto.
Del prato non si sogna più la cavalcata del vento.
Del prato si cerca l’erba bassa per sedersi e farsi un selfie.
Autorizzati dal nuovo consumo che consuma l’idea di merce mercificando l’uomo.
Tutti correttamente uguali, così pieni di vita. 
Ben attenti a non farla sbordare da ratio e formati dei frame pubblicabili. 9:16?
Il sorriso nelle stories è vero, lo storytelling non mente.
Che grande livella, l’happycondria. Morte e vita, correttamente uguali.
Canti del capraio, che diresti ora dell’uniformità? Dell' innamorata attesa?
I cancelli smettono di aprirsi e chiudersi, si colorano.
Del colore dell’uguaglianza e della libertà.
Liberi finalmente di volere la libertà, nostra e degli altri.
Non era questo che volevamo? 
- Voglio che tu sia libero come me!
- Voglio che tu sia uguale, esattamente come lo sono io!
Ci abitueremo ad entrare al ristorante, pian piano. Si deve pur mangiare.
Ci abitueremo ad entrare spegnendoci, il nutrimento non è più il fine del mangiare.
Food storytelling.
Ci abitueremo ad entrare con lo smartphone in mano, acceso.
Ci abitueremo anche a chi parla con Dio, chi scomoda la veggenza, quando basterebbe interpellare un professionista. Si deve pur sperare.
God storytelling.
Non si spengono più i telefoni.
Siamo tutti liberi.

#20

White horse in the black forest
White horse in the black forest
White horse in the black forest
White horse in the black forest
White horse in the black forest
White horse in the black forest
White horse in the black forest
Come un eco, continua a ritornare. In sogno, oppure in mezzo alla gente. Lavoro, cene di compleanni, aperitivi di fine stagione. Torna anche quando siamo soli io e te nella stanza, o quando non ci sei. Torna quando vuole. E’ lì che vado appena smetti di guardarmi. E’ diventato un appuntamento, addirittura sperato. Quanto tempo perché riuscissi ad ammirarlo nella sua libertà. Oggi è forse più lo stupore, che non la paura. Eppure quando si avvicina scappiamo entrambi. Non siamo ancora pronti a fidarci l’uno dell’altro. Io ritorno a te, sulle mie gambe. Lui ritorna dove nulla è definito. Ritornerà anche l’incontro, come un eco.

#17

La cornice era da buttare, l’ho appoggiata sulla lampada e lì è rimasta. Per mesi. Ogni volta che la guardo mi ricorda la mia inutilità. Eppure alcune notti mi dice altro. Le carrucole davanti si animano. Mostrano tutte le loro forme, anche quelle proiettate che fuggono il giorno. Come se qualcosa uscisse dalla cornice. Come se la carrucola volesse essere azionata. Come se il filo metallico arrotolato al suo interno avesse una memoria. Meccanica, ma pur sempre memoria. Come se le legasse profondamente. A ben pensarci anche i musei funzionano grazie alle cornici.