#99

Dimenticare ad ogni battito di ciglia è la richiesta di fiducia imposta dal nostro tempo. Nell’immersione mutata in dissolvenza, il fare diviene reazione soffocante dell’azione volontaria. Nel quasi dimenticato, nell’ultimo spazio di rivoluzione, quando la soglia stringe sul momento conclusivo, la rappresentazione cade. Il ritorno al limite libera l’occhio dall’abitudine a raffigurare. Come se gli spigoli taglienti della nostra impotenza spaccassero simultaneamente le impalcature dei segni che ci rendono schiavi del nostro comune guardare. Bagnati nella stessa acqua, condividiamo sospesi la navigazione, senza una barca su cui poggiare. Toccati dal passaggio di un movimento che scioglie il tempo, ci abbandoniamo alle indicazioni vaghe e continue di una nuova direzione.

#95

Tutto quello che non trattengo è ciò che fiorisce. Il mio riempimento è svuotamento da tutto ciò che lascio. Quanti i passi che camminano senza il peso delle mie impronte. Quanto il mio imbarazzo di fronte le infinite strade della possibilità. Quanta pioggia tocca terra senza bagnarmi: crea spazio per luoghi di fioritura. Dove prende corpo l'abitare in un tremar di attesa, oltre i cancelli della definizione.

#91

L’improbabilità di un fare eccentrico è spesso segnale di anomalia.
Follia alla deriva. Spaesato nel passo di una mancanza, senza mai colmarla.
Una vita guardata con sufficienza, avviata all’ultimo respiro.
Il conto alla rovescia di cui nessuno sa tener traccia.
A ben guardare il gesto insensato merita attenzione: in un attimo la soglia è condivisa.
La meticolosità dello squilibrio sveste dall’illusione dei segnali. Velocemente non si riconosce il nord.
L’ assurdo fa perdere la faccia. Come per proteggerla da occhi mutilati dal calcolo.
Le radici si ricompongono e il dono della disparte rivela il fiume invisibile.
L’ineffabile vede il senso dove trova spazio il guardiano del varco.

#86

Si vive così, materializzando i limiti dei nostri sensi in oggetti e lasciarci spiegare il nostro funzionamento dai nuovi nati. Il mio orecchio finirebbe per emulare il funzionamento di una parabola. Il mio desiderio finirebbe per riempirsi del possesso di questo e di quello. Il mio giorno finirebbe nei giri di un orologio.
La vita utile di una tecnica è oggi divenuta drammaticamente più breve del passaggio di una persona. Finisce il dolce conforto del non pensare all'inesorabilità del tempo. Con il tempo che si smaschera torna lo sgretolarsi di ogni certezza. Scambiammo Dio con l'uccisione del tempo e il tempo sta risorgendo.
Rimangono impalcature, zavorre di ruggine di un tempo che lascia il suo momento. 
Rimangono tentativi di mancata ricezione, un brusio costante. 
Il contatto è nel lontano ricordo di chi provò a ingabbiare il colore del vento - l’ironia lo vuole di quel color ruggine. Tra il giorno e la notte poche cose tengono il colore: la selettività che diviene mostra la luminanza.
Sapremo mai inventare tecnologie che non tendono ad ancore di ormeggio ma piuttosto a vele di navigazione, senza ingannarci definitivamente? 
Sapremo mai utilizzare la tecnologia senza finire schiavi non di lei, ma della nostra idolatria?

#84

La folla che è in me esulta ogni volta che creo qualcosa, quando dall'invisibile materializzo uno spazio che ora sta al mondo. Nasce qualcosa di nuovo: uno slancio che contiene a sua volta altre due vite. La mia di prima, quella dell’irrequietezza di fare, e la mia di dopo, quella del rilassamento nell’appena nato. Appartengo in egual misura a questi opposti. La folla che è in me litiga ogni volta che prendo qualcosa dal visibile convincendomi di artigianalità: sto annullando me stesso e sto inquinando il passo da riempire con il bisogno del possesso. La mia separazione è un'economia non sostenibile. La mia unità è un delirante rapimento. La folla tra le folle mi preserva dalla follia.

#80

Rotolare, come una persona. Forse è proprio questa la direzione verso casa. La mia velocità si annulla in un lieve contatto mancato, coincidendo con il suo opposto contemporaneamente. Le ombre del mio abisso sono il presente sulla mia strada. La latenza è giustificata esclusivamente dai confini della vista, oltre i quali questa non arriva. La fermentazione avviene per dimenticanza. La fermezza diventa lo slancio, l'analogo l'opposto, la lotta il martirio, il nodo la croce, il fango la virtù. Ho fatto un passo avanti, in onore del mio limite.

#79

L'umanità ha fallito - eccesso dell'archetipo della vittima. Hanno invece fallito le ideologie di cui siamo stati convinti. Talmente convinti da scambiarle per umanità. Erano le ideologie a lottare per il fallimento dell'umanità. Dio e il partito, il sindacato e il parlamento, il lavoro e lo spettacolo. Benedetto il loro fallimento, che dona un seme di resurrezione all'uomo. E' piantato nel fango in cui ci troviamo. Responsabilità. L'identificazione non regge più la cenere delle ideologie e cade su se stessa. Nel crollo cerchiamo l'identità in ogni rimasuglio rimasto che possa darcela: idoli sempre più deboli, ma più rumorosi. 
Finalmente sempre più orfani! Nuove madri cullano, senza rivendicare la proprietà sui figli. Lasciati al fare - necessità di oggi, libertà di domani. Nella sua nuova identità che non identifica, l'umanità può trionfare.

#75

Senza memoria cancelli il passato e senza ricordo cancelli il futuro. C’è molto ricordo nel creare il futuro, tanto quanta luce si inclina nel generare l’ombra. C’è molta previsione nel rivivere il passato, ti rincorro tra il flusso e il riflusso. Ti aspetto nell'assenza e danzo affinché il passo del presente possa trovare pienezza nel vuoto infinito. Sei la mia fermezza nell'attesa - e mi muove. Il tempo ti sembra un luogo dove sederti non una, non due o cento volte, ma sempre e ovunque nello stesso istante.

#72

Cerco un modo per dubitare senza lasciarmi dominare dal dubbio.
Cerco un accesso al ritmo, mia possibile presenza nel mondo.
Oscillo, tra un’anticipazione e il ritorno, tra un eccesso e il difetto.
Abito il dubbio, azione di scelta e istinto di sopravvivenza - spingere e riecheggiare!
La verità fa male, la realtà di più.
Tutti vogliono farmi da Madre, non vedo chi tiene le catene dell'altalena.
Sopporto il momento di incontrare me stesso? L’inclinazione permessa.

Profondo e superficiale il mio passo,
forte e debole il mio camminare
- non importa perché sto giocando.