#69

E se Dio non fosse un volto, ma un’azione? Spogliare l’uomo del suo delirio di onnipotenza sarebbe l’atto più vicino a Dio; sarebbe come tornare umani.
E se nel giorno del Giudizio, Dio giudicherà i convinti? Non guarderà l’oggetto della convinzione, ma essa stessa. Non comprenderà i moti estetici della bassezza umana. Come noi castighiamo un cane che abbaia per il fastidio del rumore, senza indagare la forma di tanto chiasso.
Cade la fede confusa di fanatismo: celava la misera mancanza di volontà nell' avere Fede. La volontà è cervello sanguinante per la stretta della sua fatica. E’ fiducia nel cuore pulsante. 
Fatiche silenziose, nei limiti del corpo. E’ dunque vero, beato chi ha Fede. 
Il seme dell’ Umiltà è ora un frutto, senza occhi che l’hanno guardato crescere. 
L’eco della convinzione sospira nell’ultimo ululato, dell’abbaiare finito.

#68

La selva fa paura. Il muro ci consola nel tentativo di ordinare. Un sollievo che si fa chiamare casa. Il controllo ha il suo prezzo e ci fa chinare il capo. Giù. Arriva sempre il punto in cui gli occhi non bastano. Mi fido ci sia il cielo sopra le foglie, senza le mie pupille a guardarlo. O mi fido ci sia un tavolo a vedere per me. Qualcosa continua e io mi ci aggrappo.

#65

Più andavo a ovest più faticavo a dormire. 
La strada delle opportunità. 
Destinazione Ossessione e ossessione per cercarla.
Passaggi su passaggi. 
Ogni pedaggio - un’altra volta.
Tutte le mattine costruivo il sogno, rapito al sonno.
Diagnosi, Insonnia Americana.
Prognosi, conformati!
Idiozia, la mia.
Un muro chiamò,
- Cosa dai a questa città per pretenderne qualcosa? 
A ogni passaggio, a ogni ora.
Più guardavo e meno vedevo. 
Città e caverna, rifugi frettolosi.
La deriva del mio passo illuminava la mia cecità.
Convinto che i giorni scorressero, il tempo finì davvero. 
Il muro svelò il ritorno come una meridiana.
Caduti i minuti e le ore, caduti i giorni e i mesi
- Io sono la mia destinazione più lontana. 
Era Natale e vomitai a New York.

#62

Senza la religione dello specchio abbandonerei la colpa più facilmente. Libererei la verità dalla sua pretesa di erigersi distinta. Io mi libererei dalla verità. Mi vedrei anzi riempire le parti e gli interstizi di mondo. Mi scioglierei nella forma delle cose come ne fossi parte. Le cose del mondo porterebbero la mia immagine, non un suo riflesso. Non la figura imprigionata nel segno, chiusa in un nome con indirizzo. Non la forma contratta nel documento, un passaporto convinto di possedermi. Abiurando lo specchio, sparirei senza troppa vergogna. Senza preoccuparmi di nascondere l’origine che parla in ogni momento.

- Disintegrato, forse. Non importa.
Rinata forza in nuova costituzione.
E nero in gentil acqua -

#59

Ci vorrebbe più rispetto e considerazione per il passo, anche per quello che inciampa. Quindi per la pianta che ci fa mettere radici nel cammino. Per l'impronta che espande i rami nell'aria delle intuizioni. Uso i piedi per pensare e soprattutto per fotografare. Scegliere bene le scarpe è il primo atto di osservazione. I piedi sono i semi della cultura, il cervello pulsante una loro fioritura. Le parole, per definizione, hanno infausto compito. Il passo appassisce quindi in un attimo, le parole traghettano il cadere dei petali che finiscono. L’uomo inventò la storia.

#56

Mi aspettavo qualcosa di diverso prima che accadesse. Sarà sempre un'altra cosa. Due tempi che non posso vivere sulla stessa strada. Cammino per l’incontro con il presente. Come fumo si dilegua al primo pensiero e i passi riprendono. Passato e futuro continuano ognuno per la propria via, fino al prossimo ritorno.

#51

Gli occhi del mio profondo si chiudono per darmi la possibilità di guardare il mondo. 
Un suo battito di ciglia, una vita mia.
Lavoro. Cerco, scappo, studio, cammino. 
Scopo, prendo, rido, do, piango, mangio.
Accecato da parole e da immagini, perdo il sole alle mie spalle.
Perdo i silenzi e perdo i rumori.
Con un pò di fortuna, il profondo rimprovera.
- Non nei testi e non nelle icone. 
E’ nel risveglio di ogni mattino. 
E’ in ogni momento e in ogni giorno. Davanti a te.
Le mattine sono infinite, ma non quelle che vedrai.
Il sole nasce a Est: per te in un numero contato di albe.
Ora! è nei testi e nelle icone -
Quando gli occhi del mio profondo si apriranno chiudendo i miei, gli restituirò quello che ho guardato.
Scopo, prendo, rido, do, piango, mangio.
Cerco, scappo, studio, cammino. Lavoro.
*scultura di Helga Vockenhuber, Pienza (Siena).

#43

Parlo di viaggio solo quando il camminare mi porta di fronte a una soglia, oltre la quale inizia l’ignoto. I passi per arrivare qui non sono viaggiare, sono evasione e quindi camminare sulla permanenza. Sulla riva il passo si ferma dove l’occhio continua. Qui inventarono le porte - per sbarcare al centro del mondo e lasciare a terra la paralisi. Quale folle si abbandonerebbe al bacio della natura senza terrore? Così la via dell’accesso ordinato è una via molto battuta. Il vento dell’ignoto soffierà fino a che esiste pelle per sentirlo. Il mistero non aspetterà nessuna promessa. Nessuna barca traghetta riti e funzioni senza che l’acqua ne inghiottirà la cerimonia. Non posso che fermarmi sulla riva, chiedendomi dove i miei piedi arrestati raggiungeranno i miei occhi lontani. Senza tradire il compito della mia stabilità - integro nella natura - e senza tradire la mia vista, accecandomi. La porta che nessun altro intende, dove nessuna barca si fermerà. Acqua, cielo e terra si dispongono. Il buio include, la luce esclude. Io sono da solo nella mia sagoma, sono il negativo di tutto quello che so. Sono il positivo della mia ignoranza. Dove tutto è illuminato sono ombra. Divento un punto di nero scappato dal buio, cenere lasciata a se stessa. Esisto solo per quello che non conosco e morirei all’istante se sapessi. Condividiamo nella lontananza il cielo, la terra, l’acqua. Solo per il calore del fuoco serve che siamo vicini, come fossimo l’unica persona al mondo. Io e la mia solitudine. Io e te. Tu nella mia solitudine. Io nella tua. La tua solitudine imparo a nominarla di fronte all’ignoto.