#38

La finestra è presente per la prima volta. Se non fosse per lei - finestra senza tende - saremmo pieni di polvere. Soprammobili dimenticati. La luce entra per addormentarsi. Per sognarsi. Per sognarsi a illuminare. Per scoprirsi a sciacquare. Per risvegliarsi nuda e buia.
Avevamo tutti ragione e sbagliavamo!
Sono una cattiva persona, come lo siamo tutti. Forse non siamo abbastanza cattivi da passare per buoni. La nostra colpa è la nostra redenzione. La fortuna di un fallimento veloce, un lavoretto onesto. La fortuna di una tragedia evitata - un fallimento vestito da successo, una passeggiata in centro.
Avevamo tutti ragione e sbagliavamo!

#35

Mother and child on the ferry in New York City with skyline and water reflected in the windows
Tra individualità e collettività, ci dileguiamo.
La distanza tra un bambino e la città misura il senso della protezione.
Tra amore e imposizione.
Qualunque sia l’amore e qualunque sia l’imposizione.
Tra una riva e l’altra, nello scorrere si dissolvono.
L’amore perde la sua innocenza, l’imposizione trova la necessità.
Viene il tempo del sogno e viene il tempo di vestirsi. E vengono veloci.
E’ solo il tempo di un respiro, l’attimo eterno dove ci abitiamo.
Continuamente cullati, tra le forme.
Come una barca nel grembo delle onde.

#33

Man into the ocean with opened arms
Dicevo che mi serviva l’oceano, poi appena dentro cercavo la definizione di bagnato.
Scappo dalle forme ma ritorno in ciò che le ritaglia e le confeziona.
La pelle cerca l’abbandono e la sensazione di bagnato è il suo più intimo sogno.
Chi sono io per svegliarla in continuazione? 
Preme quel limite che confina sempre con qualcosa d’altro.
Nasce il livido, figlio di vergogna e imbarazzo per non sapere a chi tendere.
Alla forma modellata dalle definizioni?
Alla forma definita dalla sostanza stessa che sempre diverrà?
Il mare manda onde che chiedono tutte la stessa cosa: quali confini vuoi come pelle?
La più bella partita è fuori dal campo di gioco, dove non succede.
Il fuori scena è l’essenza di quello che succede dentro.
Guardare il punteggio del campo decreterà solamente vittorie e sconfitte.
Nulla mi vive senza l’incespicante passo vagabondo che gioca sulla soglia.
Nemmeno io.

#29

Mostrarsi e scomparire.
Che follia la pretesa di vederti mia perché ti ho di fronte. Che disperazione quando sparisci, sapendo che potresti essere mia.
Più entro in te e più esco da me - l'obiezione che porterei all'altare.
L’immersione non si esaudisce con l'entrare, si risolve con l'uscire da un’altra parte - vai giù, voli fuori.
L’acqua diluisce i contorni e purifica sotto l’indistinto. Ma ho bisogno di vederla perché possa crederle. 
La fiducia è cielo stellato in notte nuvolosa - un presagio.
L’acqua scorre, trova le sue vie antiche a rubinetti chiusi. 
Così un momento di abitare è aprire la finestra e distendere la tenda.
Ci incontriamo, un attimo - dove tu scendi, io salgo. 
Ecco venire il "sì!" che può accogliere un matrimonio.
So che ci sei quando di fronte allo specchio riesco a non vedermi - io scendo e tu sali.
Il riflesso mangia le parole.

#27

Penso spesso all’ergastolo. Ha la faccia di un cane con la cataratta, con gli occhi grigi e opacizzati. Penso spesso che senza un lavoro, potrei vedere. Certo, vedrei per prima cosa la gente chiedere - Che lavoro fai? La gente lo chiede sempre come prima cosa. Quindi io risponderei - Ridarò la vista ai cani ciechi. 
Dopotutto si sa, i cani vivono benissimo di solo olfatto.

#25

Shade of man hidden in a street at night
Un istante che dura da sempre: camminavo sperando che qualcosa capitasse, senza mai giungere. 
Come sarebbe potuto essere diversamente?
Questa domanda allunga la vita, pericolosamente per sempre.
Tanti volti, macchie color convinzione, annunciano verità. Ognuno la sua. Ognuno sa.
Inizio a camminare, la città di notte è sveglia.
Un vicolo, il buio aperto, la luce chiusa.
Il patetico coraggio di dire - no, ma grazie.
Il patetico coraggio di dire - sì, ma vaffanculo.
La verità gode nell’essere posseduta.
Contatti, contagi e scambi. 
Mi sento meno perso ma molto più instabile, nella via della scelta.

#22

Siamo tutti uguali. 
Accettare le diversità come unica uguaglianza possibile, è il sogno dimenticato al mattino. 
Ben svegli, il richiamo del diurno è un grido di battaglia!
Siamo tutti uguali, per rivendicazione di appartenenza.
Siamo tutti uguali, metafisicamente. 
Siamo tutti liberi, di fare ciò che vogliamo.
Si annuncia l’oggi senza presente. 
Il lago è bello non perché profondo, imprevedibile e blu scuro.
E’ bello quando è piatto.
Del prato non si sogna più la cavalcata del vento.
Del prato si cerca l’erba bassa per sedersi e farsi un selfie.
Autorizzati dal nuovo consumo che consuma l’idea di merce mercificando l’uomo.
Tutti correttamente uguali, così pieni di vita. 
Ben attenti a non farla sbordare da ratio e formati dei frame pubblicabili. 9:16?
Il sorriso nelle stories è vero, lo storytelling non mente.
Che grande livella, l’happycondria. Morte e vita, correttamente uguali.
Canti del capraio, che diresti ora dell’uniformità? Dell' innamorata attesa?
I cancelli smettono di aprirsi e chiudersi, si colorano.
Del colore dell’uguaglianza e della libertà.
Liberi finalmente di volere la libertà, nostra e degli altri.
Non era questo che volevamo? 
- Voglio che tu sia libero come me!
- Voglio che tu sia uguale, esattamente come lo sono io!
Ci abitueremo a entrare al ristorante, pian piano. Si deve pur mangiare.
Ci abitueremo a entrare spegnendoci, il nutrimento non è più il fine del mangiare.
Food storytelling.
Ci abitueremo a entrare con lo smartphone in mano, acceso.
Ci abitueremo anche a chi parla con Dio, chi scomoda la veggenza, quando basterebbe interpellare un professionista. Si deve pur sperare.
God storytelling.
Non si spengono più i telefoni.
Siamo tutti liberi.

#20

White horse in the black forest
White horse in the black forest
White horse in the black forest
White horse in the black forest
White horse in the black forest
White horse in the black forest
White horse in the black forest
Come un eco, continua a ritornare. In sogno, oppure in mezzo alla gente. Lavoro, cene di compleanni, aperitivi di fine stagione. Torna anche quando siamo soli io e te nella stanza, o quando non ci sei. Torna quando vuole. E’ lì che vado appena smetti di guardarmi. E’ diventato un appuntamento, addirittura sperato. Quanto tempo perché riuscissi ad ammirarlo nella sua libertà. Oggi è forse più lo stupore, che non la paura. Eppure quando si avvicina scappiamo entrambi. Non siamo ancora pronti a fidarci l’uno dell’altro. Io ritorno a te, sulle mie gambe. Lui ritorna dove nulla è definito. Ritornerà anche l’incontro, come un eco.

#17

La cornice era da buttare, l’ho appoggiata sulla lampada e lì è rimasta. Per mesi. Ogni volta che la guardo mi ricorda la mia inutilità. Eppure alcune notti mi dice altro. Le carrucole davanti si animano. Mostrano tutte le loro forme, anche quelle proiettate che fuggono il giorno. Come se qualcosa uscisse dalla cornice. Come se la carrucola volesse essere azionata. Come se il filo metallico arrotolato al suo interno avesse una memoria. Meccanica, ma pur sempre memoria. Come se le legasse profondamente. A ben pensarci anche i musei funzionano grazie alle cornici.