#25

Shade of man hidden in a street at night
Un istante che dura da sempre: camminavo sperando che qualcosa capitasse, senza mai giungere. 
Come sarebbe potuto essere diversamente?
Questa domanda allunga la vita, pericolosamente per sempre.
Tanti volti, macchie color convinzione, annunciano verità. Ognuno la sua. Ognuno sa.
Inizio a camminare, la città di notte è sveglia.
Un vicolo, il buio aperto, la luce chiusa.
Il patetico coraggio di dire - no, ma grazie.
Il patetico coraggio di dire - sì, ma vaffanculo.
La verità gode nell’essere posseduta.
Contatti, contagi e scambi. 
Mi sento meno perso ma molto più instabile, nella via della scelta.

#20

White horse in the black forest
White horse in the black forest
White horse in the black forest
White horse in the black forest
White horse in the black forest
White horse in the black forest
White horse in the black forest
Come un eco, continua a ritornare. In sogno, oppure in mezzo alla gente. Lavoro, cene di compleanni, aperitivi di fine stagione. Torna anche quando siamo soli io e te nella stanza, o quando non ci sei. Torna quando vuole. E’ lì che vado appena smetti di guardarmi. E’ diventato un appuntamento, addirittura sperato. Quanto tempo perché riuscissi ad ammirarlo nella sua libertà. Oggi è forse più lo stupore, che non la paura. Eppure quando si avvicina scappiamo entrambi. Non siamo ancora pronti a fidarci l’uno dell’altro. Io ritorno a te, sulle mie gambe. Lui ritorna dove nulla è definito. Ritornerà anche l’incontro, come un eco.

#17

La cornice era da buttare, l’ho appoggiata sulla lampada e lì è rimasta. Per mesi. Ogni volta che la guardo mi ricorda la mia inutilità. Eppure alcune notti mi dice altro. Le carrucole davanti si animano. Mostrano tutte le loro forme, anche quelle proiettate che fuggono il giorno. Come se qualcosa uscisse dalla cornice. Come se la carrucola volesse essere azionata. Come se il filo metallico arrotolato al suo interno avesse una memoria. Meccanica, ma pur sempre memoria. Come se le legasse profondamente. A ben pensarci anche i musei funzionano grazie alle cornici.

#15

Siamo nati orfani.
Apriamo gli occhi
per guardare alberi e mari,
monti e mani,
fiumi e ali,
volti e angeli.
Vederli lontani
per chiamarli estranei.
Siamo nati disperati,
forestieri nella natura
stranieri alla natura.
Soli, cerchiamo il figlio 
da restituire ai genitori.
L’incontro è un contagio:
il respiro più profondo 
segue il pugno 
cha ha tolto il fiato.
La natura è uno scambio:
mi parla, mi richiama
mi spaventa, le scappo
le sussurro, la cerco.
Il suo incontro era in me,
le appartengo e mi appartiene.
Il ritorno è nell’ascolto, primitivo
nello scuro della terra,
nel cullare uterino.
Nel tornare a casa,
apro le finestre
sotto lo zerbino.
Entra il sole
da fuori, fra le fronde
apre occhi freschi
da dentro, qualcosa inizia;
porta il nuovo abito
preludio allo sguardo.
Non sono più solo,
lei era genuflessa nell’attesa
di una nuova vestizione.
Rinasciamo, accuditi.

#9

Tengo sul tavolo per un pò i fiori persi dalle orchidee. Senza nuvole, il primo raggio di sole entra in casa ogni mattina. Ai fiori ricorda che è ora di svestirsi. Al colore dei fiori ricorda che è ora di svuotarsi. Al tavolo ricorda di rimanere fermo, ignorando il movimento. A me ricorda che il momento di prepararmi alla primavera è la fine dell’estate. Il seminare parte con l’autunno, quando si riempie il seme.

#7

Il mondo cede. 
Provo a tenermi 
all’ultimo baluardo:
vederti accudito 
nell’acqua che apro e chiudo.
Prima che apri gli occhi,
prima del sottosopra,
prima del temporale:
lo vedi, lo senti, arriva.
Il peso dell’aggrapparmi,
mia illusione di sostenere.
Io ora inizio a cedere
molto prima del mondo,
molto prima della natura
che si svela, feroce. 
E’ il momento che tu decida
di quale acqua bagnarti.
L’acqua che non puoi controllare:
uccidi l’instabilità,
nasci nell’imprevedibilità.
Puoi, devi andare.