#15

Siamo nati orfani.
Apriamo gli occhi
per guardare alberi e mari,
monti e mani,
fiumi e ali,
volti e angeli.
Vederli lontani
per chiamarli estranei.
Siamo nati disperati,
forestieri nella natura
stranieri alla natura.
Soli, cerchiamo il figlio 
da restituire ai genitori.
L’incontro è un contagio:
il respiro più profondo 
segue il pugno 
cha ha tolto il fiato.
La natura è uno scambio:
mi parla, mi richiama
mi spaventa, le scappo
le sussurro, la cerco.
Il suo incontro era in me,
le appartengo e mi appartiene.
Il ritorno è nell’ascolto, primitivo
nello scuro della terra,
nel cullare uterino.
Nel tornare a casa,
apro le finestre
sotto lo zerbino.
Entra il sole
da fuori, fra le fronde
apre occhi freschi
da dentro, qualcosa inizia;
porta il nuovo abito
preludio allo sguardo.
Non sono più solo,
lei era genuflessa nell’attesa
di una nuova vestizione.
Rinasciamo, accuditi.

#9

Tengo sul tavolo per un pò i fiori persi dalle orchidee. Senza nuvole, il primo raggio di sole entra in casa ogni mattina. Ai fiori ricorda che è ora di svestirsi. Al colore dei fiori ricorda che è ora di svuotarsi. Al tavolo ricorda di rimanere fermo, ignorando il movimento. A me ricorda che il momento di prepararmi alla primavera è la fine dell’estate. Il seminare parte con l’autunno, quando si riempie il seme.

#7

Il mondo cede. 
Provo a tenermi 
all’ultimo baluardo:
vederti accudito 
nell’acqua che apro e chiudo.
Prima che apri gli occhi,
prima del sottosopra,
prima del temporale:
lo vedi, lo senti, arriva.
Il peso dell’aggrapparmi,
mia illusione di sostenere.
Io ora inizio a cedere
molto prima del mondo,
molto prima della natura
che si svela, feroce. 
E’ il momento che tu decida
di quale acqua bagnarti.
L’acqua che non puoi controllare:
uccidi l’instabilità,
nasci nell’imprevedibilità.
Puoi, devi andare.