Mi serviva l’oceano

Mi serviva l’oceano

Avevo bisogno di rinascere. Nascere di per sé non basta mai a nessuno, dice Franco Arminio.

Così ho deciso di mettermi in gioco mostrando le ombre che hanno oscurato un periodo consistente della mia vita: vergogna e imbarazzo, sfociate nell’ eritrofobia, ossia la fobia di arrossire.

E’ difficile aprirsi e portare la propria intimità verso un pubblico, ma la responsabilità di far emergere queste tematiche mi ha dato il coraggio.

La responsabilità nasce dalla ricerca di cosa queste tematiche rappresentano e di come siano strettamente correlate al contesto in cui viviamo e di come questo si nutra di esse. I due poli opposti sono infatti l’individuo e la società, dove questi sentimenti si insediano e muovono redini invisibili.

Vi è anche, soprattutto, la responsabilità empatica verso le persone che si trovano coinvolte in queste guerre invisibili, ben nascoste tra un banco di scuola, una cena di lavoro, dietro una scrivania, un incontro in metropolitana o una telefonata.

Spesso non ci rendiamo conto di cosa sia la privazione di libertà nemmeno quando è palesemente mostrata davanti ai nostri occhi, figuriamoci quando è celata dietro il palcoscenico del quotidiano.

Queste guerre, prigioni invisibili, lasciano una sensazione di sbagliato per chi ne è vittima, senza alcuna giustificazione comprensiva che si possa estrapolare dal contesto, in quanto il contesto è il normalissimo mondo in cui viviamo. Qualunque sensazione si discosti dal vivere integrati in quello che abbiamo accettato per normale, finisce per essere avvertita nella sfera del disagio, del problematico, del difettoso.

Non è mio interesse elaborare un trattato di saggistica sulla vergogna e sulla razionalità, poiché non sono né psicologo o filosofo, né sociologo o antropologo. Mi preme però, per dovere, fare un breve excursus di speculazione intellettuale per contestualizzare la vastità della questione.

Individuo e società

La vergogna e l’imbarazzo sono i sentimenti e le emozioni che modellano il comportamento di una persona all’interno delle norme e dei rituali della comunità in cui vive. Le azioni che violano queste norme si scontrano con l’autorità esterna che, colpevolizzando e condannando, genera la disapprovazione agli occhi degli altri. L’arrossire diventa il segno che porta la colpa sotto gli occhi di tutti, generando il significato soffocante del “perdere la faccia” e del conseguente desiderio di scomparire.

L’autorità può anche interiorizzarsi nel concetto di coscienza, identificandosi con la ragione della persona razionale. L’uomo è la misura di tutte le cose e la razionalità filosofica diviene la prova finale di approvazione. Violare l’autorità interna vuol dire entrare in contrasto con la filosofia, quindi in conflitto con la ragione e la razionalizzazione.

Il senso di colpa e la claustrofobia sociale che derivano dalla vergogna, sfociano nell’umiliazione per la persona che trasgredisce di fronte al pubblico giudicante (esterno o interno). L’umiliazione è il deterrente ultimo ad infrangere le regole.

L’autorità garantisce il conformismo attraverso la reazione delle persone alla vergogna e all’imbarazzo, che si possono quindi definire come i regolatori primari della socializzazione, in quanto coevi alla cultura di riferimento.

L’imbarazzo è l’ammonizione che avvisa la rottura di una regola razionale o sociale; esso è temporale e limitato alla situazione specifica (può anche avere un risvolto positivo, come nel caso dell’imbarazzo per modestia). La vergogna, invece, è moralizzante ed è un’espulzione; essa è duratura e intacca l’dentità e l’integrità dell’individuo.

A questo punto nasce un paradosso: questi controlli diventano essi stessi contro sociali. Se la persona espulsa non affonda nella sua tristezza e depressione, l’ umiliazione porta al risentimento, alla gelosia, all’invidia e al desiderio di vendicarsi.

In queste dinamiche ci sono i germi di quanto più basso l’uomo è capace di fare: brutalità verso l’umanità, dove la persona ha il solo desiderio di distruggere la società, oppure brutalità verso se stesso, dove la persona cade vittima dei demoni dell’ angoscia interiore.

Rimane da sottolineare che oggi l’autorità è mutata dalla forma definita delle istituzioni tangibili (famiglia, scuola, stato, banche, aziende, etc), al concetto più sottile e indefinibile di mercato, inteso come sistema produttivo, globalizzato, algoritmico e robotizzato.

La ricerca ossessiva del successo economico per la realizzazione personale è la nuova vera morale. Non arrivare al successo porta al senso di colpa, al fallimento personale, all’esclusione, e all’invisibilità.

L’autorità stessa sta diventando liquida, muovendosi tra interno ed esterno. Le catene del potere si nascondono nell’illusione della libertà, dove tutti siamo liberi di raggiungere il nostro successo e realizzazione personale, a patto che sia economico. In questa corsa siamo legittimati a sentirci nel giusto, anche sotto pesi insostenibili che snaturano la vita stessa.

Chi svolge lo sguardo altrove è un outsider, un fallito, un peso sociale, un morto che cammina. Oggi il potere cerca di legittimarsi attraverso l’ immaginazione: la realtà non deve essere vissuta, ma trasformata competitivamente, producendo e consumando. Consumare per produrre.

Questa è libertà? Fino a che lo crediamo, sì.

Genesi del lavoro

Da alcuni anni riflettevo sul come affrontare fotograficamente le tematiche legate alla vergogna, ma per una serie di motivi l’azione non riusciva mai ad allinearsi all’idea. Contattai psicologi e vari operatori, i quali, molto interessati, provavano a capire come propormi ai loro pazienti. Accadeva, però, che l’approccio reportaggistico e documentaristico di persone che soffrono di eritrofobia mi paralizzava totalmente. Chiedere a chi ne soffre di essere fotografato, magari durante gli attacchi, è come chiedere loro di vivere un cortocircuito e di essere stuprati. Stupro fine a se stesso, dato l’impossibilità della fotografia di documentare qualcosa di così complesso.

Anche gli approcci concettuali al tema che emergevano con gli addetti ai lavori mi paralizzavano, ma per banalità; l’ultima cosa che volevo era rappresentare questo tema attraverso dei cliché.

Non capivo come risolvere la questione, mi sentivo totalmente inutile come fotografo e quello che accadde fu la cosa più ovvia: lasciai perdere.

Sono stato fan dei Clash nell’età in cui era giusto assorbirli e per me è sempre una questione di vita o di morte; così non abbandonai solo il progetto in sé ma mi allontanai dalla fotografia stessa.

Quel distacco dalla macchina fotografica mi ha portato ad approfondire altre discipline e il destino ha voluto farmi trovare un prezioso dono in fondo a quelle nuove ricerche: la fotografia.

Quanto amo i cerchi.

Avendo scoperto nuovi occhi e forte di nuovi incontri, venne naturale approcciare i temi che non riuscivo a risolvere.

Il paradosso dell’obiettivo che non riuscivo a sbrogliare, cioè mettere chi soffre davanti alla macchina fotografica con il disagio di uno sguardo puntato addosso, si risolse semplicemente nella consapevolezza che il mio stesso sguardo poteva farsi voce del tema.

Il mio era già lo sguardo di un eritrofobo, di un paziente di psicologi, di un malato.

Dirò di più, la macchina fotografica arrivò nella mia vita proprio in quanto maschera che mettevo davanti al volto per guardare il mondo. La fotografia si presentò in risposta a quelle vibrazioni. La fotografia era uno sbirciare dettato dall’imbarazzo e dalla vergogna, era il cerotto sulla ferita.

Questo lavoro si basa sull’esperienza personale di un vissuto: l’aberrazione dell’imbarazzo e della vergogna che diventano fobia, in situazioni dove, normalmente, non dovrebbe innescarsi il meccanismo. Meccanismo che, secondo la psicologia, entra di diritto nella definizione di patologia e fobia sociale: l’eritrofobia appunto.

La cosa che mi mette in pace con me stesso è che questo disagio è una cosa mia. Non ho quindi il compito, impossibile per la fotografia come già detto, di descrivere o di narrare sensazionalisticamente le pene di qualcun altro.

La ricerca intrapresa diventa quindi il viaggio di uno sguardo difettoso che osserva il mondo dietro la macchina fotografica, nulla di più.

Nasce così un lavoro di retrospettiva sulle fotografie raccolte negli anni, da quando ho iniziato a scattare fino ad oggi. Il filo conduttore delle foto è la loro natura: tutte le fotografie scelte si sono scattate. Nessuna foto nasce da commissioni, servizi o motivazioni particolari. Sono tutte fotografie che in qualche modo hanno sentito il bisogno di nascere, senza un perché.

Mostro lo spazio del mio particolare disagio, con la consapevolezza di avere filtrato tutto il mondo che mi è passato davanti. Per questo motivo ho pensato che nelle fotografie già scattate potessi trovare la chiave di lettura sul come trattare la vergogna: nella loro inconsapevolezza di esistere c’è tutta la consapevolezza che serve per una buona narrazione fotografica.

Quanto amo i paradossi, che hanno sempre la forma del cerchio.

La progettualità fotografica del lavoro è dettata dal casuale che diventa rivelazione del tema trattato.

Mi piace pensare alla macchina fotografica come ad una fiaccola che cercava di schiarire le ombre che mi avvolgevano. Con questo lavoro ho dato fiducia a quel bagliore, dando la possibilità di esprimere il sogno di ogni luce: illuminare.

Cerco una visione all’interno di uno spazio, il quale contiene il disagio che avvertivo e che è stato il dietro le quinte di parte della mia vita.

Ho quindi deciso di smettere di recitare il copione inconsapevole e aprire il sipario. Spengo le luci di scena e mi dirigo nel retroscena, cercando le risposte che rimanevano nascoste.

Risposte ambigue, certamente. Ci sono così tante cose che non capisco, che non so, che sarebbe solo presuntuoso e pretenzioso pensare di trovare risposte certe. Così come sarebbe presuntuoso pretendere di fare fotografie chiare. Siamo già saturi di figure che, gridando per uscire dai nostri touch-screen e forti della loro certezza, vogliono chiarirci e insegnarci come stare al mondo, sul palcoscenico.

A chi piace l’aria, però, serve uscire dal teatro.

Qual’è il colore del vento? Ho già fatto pace con l’ambiguità fotografica. Solo grazie all’ ambiguità che si genera continuo a scattare fotografie. Per crescere i miei dubbi e per sapere sempre meno. L’ aria fresca del vento è tutto quello che serve.

Il punto cruciale è sempre se scegliere tra la propria intima intuizione o il paradigma razionale dettato dalla società. Questo avviene anche sul come usare le immagini. La fotografia non può per sua natura spiegare il soggetto fotografato. Chi cerca di farlo costringe la fotografia alla razionalità; se consideriamo la fotografia come un solo apparecchio meccanico allora la vediamo come mera rappresentazione di un mondo ristretto, confinato nell’individualità e nella costrizione sociale. Come pretendere di descrivere il mondo attraverso una sua riduzione fotografica? E’ un vicolo cieco.

La fotografia è una connessione che, attraverso le energie che ci muovono, ci allinea a un qualcosa di molto più grande. Ci tengo a sottolineare che non è un processo che porta all’autoreferenzialità, tutt’altro. Si tratta del mondo e delle sue energie, di un flusso che sceglie quelle forme attraverso cui esprimersi. Mi basta essere un tramite.

Il grande potere della fotografia é nel suo legame con la nostra parte notturna, con la parte inconscia degli archetipi. Nel buio le cose sono sempre in divenire e mai immobili. Come dice Tony Miroballo nelle sue ricerche sulla fotografia come espressione archetipica del linguaggio umano, le foto sono un canale che veicolano messaggi che trascendono la volontà di chi le crea. C’è una preesistenza del linguaggio all’uomo e la fotografia è una via per accedere a questo linguaggio.

Simboli

Le immagini diventano simboliche nascendo da qualcosa che noi abbiamo dentro: vanno oltre l’oggettività di ció che é raffigurato. Con noi intendo sia il creatore dell’immagine sia lo spettatore. La parola simbolo per i greci significa metà: il simbolo ha la funzione di mettere insieme le metà divise.

Questo lavoro di retrospettiva mi ha portato ad individuare, con estremo stupore, sette simboli archetipici riconducibili alla vergogna che emergevano dalle fotografie che man mano selezionavo.

La pelle è un elemento di confine tra sè e gli altri. Con la sua sensibiiltà reagisce agli stimoli interni ed esterni; la pelle è la rappresentazione dell’equilibrio tra il dentro e il fuori. La paura di arrossire ha lacerato quel confine, aprendo un solco di vulnerabilità. Ne viene meno la libertà, sentendomi imprigionato in qualcosa dove posso solo reagire, senza agire.

La sensazione di annegamento nella claustrofobia sociale ne è la conseguenza. La macchina fotografia si inserisce qui, diventando la misura della mia distanza dal mondo.

Come una maschera che mi permette di vivere integrato nel presente e nella società, attraverso la recita di ruoli. La maschera fornisce riparo dai potenti affetti archetipici e consente una relazione indiretta con le emozioni, che potrebbero travolgermi se sperimentate direttamente “in faccia”. E’ infatti il non avere maschere che porta alla totale vulnerabilità: perdere la faccia equivale a morire. Qui nasce il bisogno di coprirla, per proteggerla.

L’occhio degli altri, dell’autorità, fa scattare l’arrossire sotto il peso dello sguardo che scopre le debolezze, rivelando il mio vero essere fatto di vulnerabilità.

La mano contiene l’ambivalenza della parte distruttiva dell’autorità che giudica e punisce (schiaffo) e della parte di aiuto che copre istintivamente il volto durante l’ attacco di vergogna.

La sedia è il segno del potere: l’autorità siede sul trono e la protezione divina che esso incarna gli conferisce il privilegio del diritto divino. La mia fobia iniziò proprio con la scuola: identifico con la sedia l’accettazione di vedere assegnato un posto nella vita e il timore di soggezione derivante dalla cattedra (la parola pronunciata “ex cathedra” significa infatti pronunciata dal trono).

Infine la ferita rivela la vulnerabilità, diventando simbolo di quella apertura necessaria per individuare una parte sofferente interiore, trasformarla e proiettarla all’esterno per rinascere. Grazie alla crepa entra infatti la luce.

Guardare oltre

Il mio compito come fotografo non vuole essere raccontare il mondo, ma guardare oltre, proprio mettendo in discussione le modalità stesse del vedere attraverso la fotografia.

Credo che oggi ci sia l’urgenza di un cambio di paradigma sulla direzione che il mondo deve affrontare, fotografia compresa. Una delle priorità è la nascita di un nuovo modo di guardare, di un nuovo sguardo.

Il mio è un augurio ad indagare la parti buie, ognuno con la propria torcia in cerca dell’umanità.

Il male non deve andare distrutto, ma deve essere trasformato in bene.

Body of work link: www.smnriva.com/i-needed-the-ocean-bow

Book link: www.smnriva.com/i-needed-the-ocean-book

Testi e autori di riferimento

Zygmunt Bauman – Modernità liquida

Agnes Heller – Il potere della vergogna

Tony Miroballo – Fotografia esoterica

Paolo Mottana – Associazione culturale IRIS

Erica Francesca Poli – Anatomia della coscienza quantica

Taschen – Il libro dei simboli, riflessioni sulle immagini archetipe

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Ippocastano

All’ombra dell’Ippocastano, per fuggire dalla forma della parola. Per potersele fare quelle domande troppo semplici che la ragione non capirebbe. Tipo cosa farei se non avessi paura. L’ipocrisia dei se. Ritornare è sempre salire, quando la partenza ha visto il colore del vento.

All’ombra dell’Ippocastano, le persone volano.

(fotografia: Blevio, Luglio 2015)

In the shade of the horse chestnut, to take refuge from the form of the word. Able to ask oneself those questions too simple for reason to understand. Such as, what would I do if I felt no fear. The hypocrisy of ifs. Going back on one’s steps is always an upward climb, when departure has seen the colour of the wind.

In the shade of the horse chestnut, people take flight.

translation: Ann Grigg

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ospite

ospite

Qualche settimana fa a Roma, mentre camminavo per le vie del centro, la mia attenzione venne catturata dal gesto commovente di una coppia che abita la strada. Lui, inginocchiato davanti a lei, le teneva la gamba fasciata tra le mani. La gamba era evidentemente ingrossata: dalla pelle sotto la bendatura emergeva un rossore che faceva intendere un’ infezione. Il ragazzo, con gli occhi chiusi e il suo volto a pochi centimetri dall’arto malato, sembrava immerso in una preghiera di guarigione. Ultimamente sono molto percettivo riguardo questi segnali di amore incondizionato, quando si ha la fortuna di incontrarli. Davanti a questa immagine, il mio passato di fotografo, che mi fa girare con una macchina fotografica a portata di mano, ha provato ad inquadrare. L’istinto invece, attraverso un brivido di vergogna, lo ha fatto desistere. Fare la foto o non farla, la mano robotizzata che vuole separarsi dai comandi dello spirito. A quel punto la donna mi chiese l’offerta, mentre lui continuava la sua meditazione. Il mio passato meccanico era felice nel vedere la strada facilitata per prendere quella foto, ma l’istinto fu più forte. Non disturbai l’immagine e dopo l’offerta me ne andai con la macchina fotografica molto delusa.

Per tutto il giorno e anche il giorno seguente continuavo a pensare a quell’incontro, a quel gesto così pieno di lui verso la sua compagna. Quella preghiera così rafforzata dal contesto. Quell’immagine non mi lasciava, la sentivo profondamente. Così decisi di tornare a cercarli e li trovai nello stesso posto, seduti semplicemente a parlare. Fu facile unirmi alla conversazione e passai una mezz’ora molto interessante. Mi piace sempre essere accolto nelle case delle persone, sbirciare dentro, fotografare qualche angolo. E quando una casa non ha muri è incredibile la saggezza che contiene. A quel punto chiesi la foto, che rappresentasse quella scena originaria che vidi il giorno prima. Dalla foto scattata arrivò anche una promessa, che nascendo da un desiderio di lei è giusto rimanga segreta.

Me ne andai anche questa volta, ringraziando prima loro e poi quel riflesso di vergogna che oggi mi nega il sensazionalismo dell’ego fotografico, che si nutre troppo spesso del fascino verso il tragico. La macchina fotografica, contenta di essere uscita da quella casa con un assaggio di umanità, si sentiva meno macchina.

GUEST

A few weeks ago in Rome, while walking through the streets of the city centre, my attention was caught by the moving warmth emanated by a couple of vagrants. Kneeling on the pavement in front of his companion, the man held the woman’s bandaged leg between his hands. Her leg was clearly swollen: from under the bandage the visible redness of her skin spoke of an infection. The man, with his eyes shut and his face just a few centimetres from the infected limb, seemed to be engrossed in a sort of healing prayer. Of late, I am particularly sensitive to such signs of unconditional love, whenever I am lucky enough to come across them. Faced with a scene like this, my experience as a photographer, which prompts me to carry a camera around with me wherever I go, attempted to frame it. Instead, my instinct, with a quiver of shame, told me to stop. To take the shot or not, the robotized hand tries to break free from the control of the spirit. At that point, the woman asked me for money while he continued in his meditation. My mechanical past was happy to see the way paved to taking that photo but my instinct was stronger. I did not disturb the scene and after making an offering, went off with a very disappointed camera.

For the rest of the day, and the day after, I continued to think about that chance encounter and that gesture, so pregnant with meaning, the man had proffered to his partner. The prayer so greatly enriched by the particular context. Impossible to shake off the image that had touched me so deeply. So I decided to go back and look for them on the same spot, where they simply sat talking. It was easy to join in their conversation and I spent a most interesting half hour. I always like being welcomed into people’s homes, so that I can get a glimpse inside and photograph a corner or two. And when a house has no walls, the wisdom it can contain is quite unbelievable. At that point, I asked permission to take a photo of the original scene I had witnessed the day before. The shot also generated a promise which, since it stems from a desire of the woman, must remain a secret.

I took my leave once again, thanking them, first and foremost, and likewise the embarrassed reaction I now experience which impedes the sensationalism inherent in the photographic ego, which draws sustenance far too often from the appeal of tragic circumstances. My camera, happy to have left that home having savoured a touch of humanity, felt less like a machine.

translation: Ann Grigg

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